84 anni di architettura, soprattutto urbana, con l’antico come elemento di innovazione. Con le Marche e con Pesaro un legame stretto: indimenticata e ancor oggi discussa, la sua celebre e colorata Casa-parcheggio. Nipote di Piacentini, aveva diretto lo IUAV. Ebbe il Premio Hononary Fellow dall’American Institute of Architects e il Premio Inarch.
“Un’architettura nuova è necessaria sola là dove altri strumenti – quali il restauro scientifico, il ripristino filologico o il recupero edilizio- non hanno senso operativo e tanto meno solutivo. Il modo che ho seguito è stato sempre quello di far del nuovo intervento occasione di restauro e di recupero delle parti storiche preesistenti, in modo che il progetto nel suo insieme fosse effettivamente completamento del luogo urbano”. Così scriveva e costruiva Carlo Aymonino, archetto urbanista, morto nella sua Roma a 84 anni. L’essenza del suo pensiero-progetto è in buona parte qui indicata. Fu il quartiere Gallaratese (che aveva firmato con Aldo Rossi), da alcuni definito “scandaloso”, a dargli molta fama ma anche molte invettive critiche, animando chiassosi dibattiti tra grandi. Ancora oggi viene da alcuni definito un deserto di periferia. Una personalità professionale contraddittoria? forse no. Per comprenderlo ed amarlo, magari con le necessarie riflessioni, è utile osservare suoi bellissimi disegni colorati al tratto, che superano in eleganza e armonica sfida gli stessi risultati. Le sue opere appaiono a volte enfaticamente monumentali, con quelle colonne al centro, spazi e pilastri che coniugano Le Courbusier in stile italico e razionalista., con cemento e mattoni a vista, e grandi tasselli vetrati…
Un peso mal sopportato della sua ingombrante parentela con lo zio Marcello Piacentini? Un peso mai avvertito come soverchiante e, del resto Piacentini, rifulge oggi per il suo intelligente e rivalutatissino Eur Romano, dopo decenni di semplicistico e spocchioso oscuramento.
Aymonino amava riferirsi a Ridolfi e Quaroni, l’urbanista, perché soprattutto nell’anima era un urbanista. Ha prodotto infatti libri e pubblicazioni sullo «Studio dei fenomeni urbani». Attenzione particolare al Sud Italia: Matera, Lecce, Portici e Secondigliano. Con il Teatro di Avellino riappare la linea ricurva della cavea romana, da lui sovente proposta e riproposta.
Sul frontespizio è ridisegnato il mito di quell’Atalanta Fugiens immortalata da Guido Rreni E’ questa la filosofia progettuale di Aymonino: non è necessario affondare forzatamente nel nuovo e sempre inventare….si puo’ creare anche attingendo alla tradizione. Del resto egli amava moltissimo Canova, ma anche Guttuso e molti altri.
Una contemporaneità spiccata con fortissime radici, che gli consentiva cio’ che ad altri non fu mai consentito, o perdonato!
Anche la sua (discussa e discutibilissima) mano sui Musei Capitolini, il rientro dell’originale del Marc’Aurelio, trasformando in vetrate luoghi prima definiti cortili o spazi di mero passaggio, ha regalato aria e movimento ad un museo fino allora immobile e strutturalmente inchiodato. Anche in questi ultimi anni di malattia, (ma non si definiva e non appariva tale) Aymonino non ha mai perduto la sua vivacità e fisicità comunicativa. Uno stile personale sapientemente, ma anche sinceramente elegante e popolare ad un tempo, romanesco quel tanto che basta per annullare snobismo ed eccentricità intellettuali. Aymonino agì, visse, progetto’, disegno’, insegno’ e si confronto’ da vero architetto a molte generazioni di architetti.
Nelle Marche- a Pesaro.
Più di un decennio duro’ il flirt con la città di Pesaro. Gli anni sono quelli indimenticati e certamente culturalmente intensi del Sindaco Marcello Stefanini e poi del Sindaco Giorgio Tornati: Settanta e Ottanta. E’ stato osannato, ma anche criticato e apertamente osteggiato. Del resto le sue incisioni nel tessuto urbano sono state drastiche e taglienti.
Il primo corpo del Campus scolastico di Via Nanterres (concluso nel 1978); il piano particolareggiato del centro storico; l’allora avvenieristica Casa parcheggio nella piccola e stretta Via Mazza (oggi abbandonata e degradata) che fece gridare al sacrilegio; il Centro residenziale e commerciale Benelli. Una contemporaneità che resto’ per lo più incompresa e che mise a serio rischio la stabilità del governo comunale.
E’ ancora troppo presto per poter giudicare chi ebbe più coraggio o più spregiudicatezza tra il famoso architetto e gli amministratori illuminati.
(GAP.PAP)
Link: Repubblica